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 Info dal Governo: GIUSTIZIA: RIFORMA NON PIU' RINVIABILE

Idee"Io conto di fare un intervento presto per anticipare una grande riforma della giustizia penale che oggi per il nostro Paese rappresenta un grande problema". Lo ha detto il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, partecipando alla conferenza degli ambasciatori. Nessuna sorpresa, visto che la riforma della Giustizia è uno dei capisaldi del programma di governo concordato con gli elettori nel 2008, ed è quindi un preciso dovere della maggioranza quello di vararla in questa legislatura, sgombrando il campo da uno degli argomenti di polemica che qualcuno, da destra e da sinistra, sta mettendo pretestuosamente sul tavolo: la presunta volontà di prevedere la dipendenza dei pm dall'esecutivo, per quanto in molti Paesi democratici questa sia la regola.
 

La riforma non sarà dunque contro la magistratura, contro gli avvocati, contro gli utenti del diritto, sarà al contrario in favore di tutte queste categorie, mettendo al centro l'interesse dei cittadini. Poche settimane fa il ministro Alfano ha ricordato che nel pacchetto-giustizia che potrebbe arrivare in Consiglio dei Ministri a settembre c’è la separazione delle carriere fra giudici e pm, "il cuore del programma del Pdl". Il governo varerà sicuramente anche la riforma del Csm, altro intervento di rango costituzionale, e dovrebbe esserci anche una "sorpresa" sul fronte del processo civile per smaltire lo spaventoso arretrato (85,4 milioni di fascicoli) accumulato negli ultimi venti anni. Che la riforma della giustizia sia necessaria lo pensano tutti, anche se il centrosinistra lo dichiara a stagioni alterne e poi ritratta quando Berlusconi è al governo.

Allora è bene ricordare alcune cose importanti per spiegare la necessità di una rapida riforma della giustizia:
1.     Il presidente Napolitano, parlando davanti ai giovani magistrati, ha recentemente evidenziato la sua grande preoccupazione per la "crisi di fiducia" che sta attraversando la magistratura ("sia per il funzionamento insoddisfacente dell'amministrazione della giustizia, sia per l'incrinarsi della sua immagine e del suo prestigio"). La magistratura, secondo il Capo dello Stato, deve dunque "adoperarsi per recuperare l'apprezzamento e il sostegno dei cittadini" e a tal fine "non può sottrarsi ad una seria riflessione critica su se stessa, ma deve proporsi le necessarie autocorrezioni, rifuggendo da visioni autoreferenziali". In quella occasione, Napolitano invitò la magistratura a non cedere a esposizioni mediatiche o a sentirsi investita di missioni improprie e esorbitanti, oppure ancora a indulgere ad atteggiamenti impropriamente protagonistici e personalistici che possono offuscare e mettere in discussione l'imparzialità dell'ordine giudiziario. I magistrati, insomma, devono riguadagnare la fiducia dei cittadini, e per far questo è necessario stemperare "le esasperazioni e le contrapposizioni polemiche che da anni caratterizzano il nodo, delicato e critico, dei rapporti tra politica e giustizia". E non vanno quindi in questa direzione i magistrati che si propongono per incarichi politici nella sede in cui hanno esercitato le loro funzioni. Né il Csm quando, per difendere la corporazione togata, chiude entrambi gli occhi su insufficienze professionali o casi gravi di cattiva conduzione degli uffici. Le parole di Napolitano furono interpretate come un messaggio alla politica perché ponga finalmente mano alla riforma della giustizia, una riforma non punitiva nei confronti di nessuno ma che metta in condizione il nostro sistema giudiziario di essere più equilibrato ed efficiente.
 

2.     In questa prospettiva, la separazione delle carriere rappresenta il capisaldo per arrivare a un sistema, appunto, più equilibrato, nel quale i diritti della difesa non siano compromessi da un esercizio anomalo della funzione dell’accusa. Troppe volte i pm, trasformando l'obbligatorietà dell'azione penale in una sconfinata discrezionalità, sono riusciti a imporre il principio della presunzione di colpevolezza dei soggetti indagati, dando vita a inchieste che molto spesso, formulato il giudizio di primo grado, sono poi cadute in appello o in Cassazione. Ma dopo che gli imputati sono già stati condannati sui media e con un inaccettabile spreco di risorse e di energie che potrebbero essere meglio utilizzate, anche per far fronte alle disfunzioni organizzative e alla mancanza di mezzi che viene a gran voce lamentata da tutti gli operatori del settore.
 

3.     Non va dimenticato, a questo proposito, che la separazione delle funzioni per pm e giudici, due sezioni diverse del Csm, l'aumento del numero dei membri laici del Consiglio e scelte di politica criminale fissate ogni anno dal Parlamento per evitare discrezionalità delle singole Procure erano i punti essenziali della riforma della giustizia nel documento messo a punto dalla commissione Bicamerale presieduta da D'Alema nel 1997. Dopo 13 anni, si potrebbe ripartire da quel testo per arrivare a una riforma bipartisan.
 

4.     Va ribadito una volta per tutte che nel programma del Pdl non c'è mai stata la proposta di mettere i pubblici ministeri sotto il controllo dell’esecutivo. La separazione delle carriere, in cui il giudice terzo viene distinto ope legis dal rappresentante della pubblica accusa, non ha in effetti nulla a che vedere con la questione della dipendenza del pm dal governo, per quanto questa sia la regola che vige in moltissimi Paesi democratici. Quando il presidente del Consiglio parla di parità fra accusa e difesa e definisce il pm come "avvocato dell’accusa" si riferisce ad un ufficio del pubblico ministero a carattere regionale e nazionale in cui il pm sia subordinato gerarchicamente in una struttura interna all'ordine giudiziario e che ha sempre e comunque un magistrato al suo vertice. L'importante è arrivare davvero a un "giusto processo" in cui, specialmente ora che le prove vengono costruite in aula, non ci sia più squilibrio tra le parti in causa.
 

5.     Dopo Tangentopoli, sono stati molti i magistrati a staccare un biglietto di sola andata verso la politica (Di Pietro il caso più emblematico e deflagrante), ma ci sono stati anche quelli che si sono anche permessi di prendere il biglietto di ritorno, facendo aumentare oltre ogni limite di guardia il livello della commistione tra giustizia e politica. Oggi l'Italia è l'unico Paese al mondo ad avere in Parlamento addirittura un partito (l'Italia dei valori) che afferma esplicitamente di essere il "partito dei pubblici ministeri" e che può contare su un apparato mediatico (quotidiani come Il Fatto, riviste come Micromega, giornalisti come Santoro e Travaglio) di tutto rispetto. In questo clima non sorprese affatto, alla vigilia delle ultime regionali, l'annuncio, fatto da Di Pietro, della candidatura in Puglia di Lorenzo Nicastro, pubblico ministero della procura di Bari, protagonista delle indagini contro l'ex governatore pugliese Raffaele Fitto.
 

6.     Ogni giorno nei tribunali e sui giornali si vivono e si leggono vicende che poco o nulla hanno a che fare con un Paese che abbia maturato un'autentica civiltà giuridica. Gli ultimi due esempi, che riguardano politici di primo piano (Mannino e Del Turco), sono emblematici. Basta ricordare la storia dell'ex ministro democristiano, un caso esemplare di malagiustizia, da cui emerge chiaramente quanto peso abbia l'appellabilità delle sentenze di assoluzione nel determinare una durata eccessiva dei processi in Italia. Basti pensare che l'odissea giudiziaria di Mannino, che era stato assolto in primo grado dopo un processo durato 5 anni e mezzo, è arrivata a 16 anni. Il calvario di Mannino iniziò il 24 febbraio del 1994, quando gli fu notificato dalla procura di Palermo un avviso di garanzia per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 13 febbraio del '95 Mannino fu arrestato e e restò in carcere per nove mesi, poi fu scarcerato per motivi di salute, ma obbligato agli arresti domiciliari fino al 3 gennaio del '97. Il processo di primo grado si aprì il 28 novembre del 1995 e si chiuse, con una sentenza di assoluzione, il 5 luglio del 2001. Se non fosse stato possibile per la pubblica accusa impugnare quella sentenza, come propone oggi il presidente del consiglio, lo Stato italiano avrebbe risparmiato a Mannino oltre 8 anni di calvario giudiziario inutile, dal momento che alla fine la Cassazione ha confermato la sua assoluzione.
 

Ma ecco, in dettaglio, lo stato dell'arte sulla giustizia in Italia e i punti principali della possibile riforma.
Il testo della Bicamerale presieduta da D'Alema anticipava già molte delle riforme che il governo ha intenzione di varare:
·        separazione delle funzioni per pm e giudici;
·        due sezioni diverse del Csm, una Corte disciplinare diversa dal Csm;
·        aumento del numero dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura;
·        scelte di politica criminale fissate ogni anno dal Parlamento per evitare discrezionalità delle singole Procure.
 

Erano questi i punti essenziali della riforma della giustizia nel documento messo a punto dalla commissione Bicamerale presieduta da D'Alema nel 1997.
 

Dopo 13 anni, si potrebbe ripartire da quel testo per aprire il dialogo con l’opposizione sulla riforma della Giustizia. È quanto ha proposto la Consulta per la giustizia del Pdl invitando tutte le forze politiche a un confronto che tenga conto del lavoro svolto proprio dalla Bicamerale. “Il testo condiviso - ha ricordato il presidente del Senato Schifani - prevedeva una sostanziale separazione delle carriere con un concorso interno per consentire ai magistrati il passaggio dalle funzioni requirenti alle giudicanti; contemplava una modifica strutturale del Consiglio Superiore della magistratura diviso in due sezioni, una per i pm, l’altra per i giudici e con una specifica commissione, la corte di Giustizia della Magistratura, per l’esercizio dell’azione disciplinare. Era infine stabilita una diversa composizione di togati e laici con l’aumento del numero di questi ultimi”.
 

Ma la Bicamerale aveva previsto modifiche anche per la Corte Costituzionale, con l’aumento della rappresentanza dei giudici eletti dal Parlamento e con una variazione del numero da quindici a venti giudici.
 

Un Paese che spende in tema di Giustizia tanto quanto altri Paesi europei quali Svezia, Germania e Olanda e non riesce a raggiungere gli stessi livelli di efficienza deve saper creare le condizioni per fornire ai cittadini le stesse garanzie.

Malagiustizia, ingiuste detenzioni

Il disastro sta tutto in tre numeri.
Il primo, tre milioni e 688 mila, è la quantità delle cause civili pendenti.
Il secondo è l’arretrato dei processi penali: un milione e 200 mila.
Il terzo è il tempo che occorre in media per ottenere giustizia: 507 giorni prima di una sentenza civile di primo grado. I dati risalgono al primo gennaio 2007. Da allora sono peggiorati.
Il dramma è che siamo di gran lunga soli al comando in tutte queste classifiche. Sui 47 Stati che compongono il Consiglio d’Europa (compresi Azerbaigian e Georgia), nessuno riesce a far peggio. Anzi, per la verità sì: in Bosnia il processo civile dura 701 giorni, e in Croazia un mese più che in Italia. Ma il confronto con l’Europa anche balcanica è impietoso.
Lasciamo perdere gli inarrivabili scandinavi, con arretrati di appena settemila processi in Norvegia e 17 mila in Svezia. La Francia, seconda in classifica e con gli stessi nostri abitanti, ha un milione di cause pendenti: un terzo dell’Italia. La Germania mezzo milione, e 287 mila sono i suoi processi penali (meno di un quarto). Ma tutti, proprio tutti, ci surclassano: dalla Spagna alla Turchia, dalla Polonia alla Russia (25 giorni per una sentenza a Mosca).
Ma la questione più grave è un’altra. E non riguarda solo importanti nomi della politica e dell’imprenditoria, dello spettacolo o altro. Anche e soprattutto i cittadini comuni vengono coinvolti nel vero e proprio calvario degli errori giudiziari.
Le statistiche dicono che ammontano a diverse migliaia gli errori giudiziari in cui sono incappati i cittadini (italiani e non), senza che un solo magistrato abbia mai pagato di tasca propria, e che sono sempre più in aumento le cause di risarcimento per ingiusta detenzione avanzate da chi, una volta finito alla sbarra, viene poi riconosciuto innocente. Lo 'svarione' giudiziario non ha risparmiato nessuno, travolgendo il ricco e il povero, l'uomo della strada e il “colletto bianco”, il personaggio famoso e quello sconosciuto.
Senza scomodare la vicenda che porterà nel 1987 al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, quella cioè del giornalista Enzo Tortora, assolto nello stesso anno dalla Cassazione dopo essere finito in manette con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico, fecero scalpore, ad esempio, i 100 milioni di vecchie lire che i giudici della corte d'appello di Roma riconobbero a Clelio Darida, ex ministro della Giustizia nonché ex sindaco della capitale, finito agli arresti per tre mesi nel '93 e poi prosciolto senza mai comparire in aula dall'accusa di corruzione nell'ambito dell'inchiesta milanese su Intermetro.
Trentacinque mila euro di ristoro, invece, toccarono all'operatore penitenziario Carmelo Scalone, in galera nel '93 per sei mesi e poi assolto dall'accusa di associazione per delinquere finalizzata all'eversione perché sospettato di essere uno dei telefonisti della Falange Armata, sigla con cui furono rivendicati attentati e minacce all'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, a Silvio Berlusconi, a giornalisti e imprenditori. Cifra più contenuta (appena 24 milioni di lire) fu riconosciuta anni dopo al presentatore televisivo Gigi Sabani che trascorse tredici giorni ai domiciliari per l'accusa di induzione alla prostituzione, un'inchiesta avviata a Biella e poi archiviata a Roma.
Molto scalpore suscitò la storia di Daniele Barillà, piccolo imprenditore arrestato a Nova Milanese nel '92 per uno scambio di persona: ritenuto elemento di grosso spessore della malavita lombarda, condannato a 15 anni di reclusione per traffico di cocaina in tutti e tre i gradi di giudizio, Barillà fu scarcerato nel '99 e assolto nel 2000 dopo aver ottenuto la revisione del processo: cinque anni fa la Cassazione gli ha riconosciuto un indennizzo pari a quasi quattro milioni di euro per il grave errore giudiziario di cui è stato vittima.
Un caso analogo fu quello di Massimo Pisano, scagionato dopo sette anni e mezzo di detenzione a Rebibbia dall'accusa di aver ucciso la moglie, dopo essere stato condannato all'ergastolo assieme alla sua ex amante. Anche Pisano si salvò in extremis al termine del processo di revisione.
Ugualmente tormentata fu la disavventura giudiziaria del liutaio Marcello Gregorat, al secolo “Joe Codino”, che scontò tre anni (tra carcere e domiciliari) con il pesante marchio di essere il mostro che violentava le donne di Talenti e Montesacro a Roma. Assolto con formula piena, Gregorat ottenne centomila euro di risarcimento.
La metà di quella somma fu, invece, assegnata a Daniela Stuto, la studentessa rinchiusa a Rebibbia per un giorno e ai domiciliari per i successivi quindici mesi perché sospettata di aver ucciso l'amica Francesca Moretti, con cui divideva un piccolo appartamento romano, con una dose di cianuro nella minestrina.
E di attentato al ferricianuro da preparare contro l'ambasciata Usa a Roma fu accusato il tunisino Abdelmoname Ben Khalifa Mansour che, nel 2002, sull'onda del dopo 11 settembre, si fece un anno e mezzo di custodia cautelare a Rebibbia prima di incassare l'assoluzione dal reato di associazione eversiva in concorso con un'altra dozzina di stranieri, anche loro usciti di scena. Per Mansour i giudici stabilirono un indennizzo di 100 mila euro.
Ha ottenuto un maxirisarcimento, ma non per l'ingiusta detenzione, anche l'attrice Laura Antonelli: 108mila euro perché il processo nei suoi confronti per illecita detenzione di sostanze stupefacenti (chiusosi peraltro con un'assoluzione) é durato sette anni in più rispetto al limite tollerato.
È giustizia questa?
Schifani assicura: presto il codice antimafia
Il Codice antimafia sarà approvato all'inizio della prossima settimana dal Senato. Lo ha assicurato il Presidente Renato Schifani, assumendo un impegno formale che ha messo fine all'incertezza sulla data di primo via libera al nuovo codice contro la criminalità organizzata.
I ministri dell'Interno e della Giustizia, Roberto Maroni e Angelino Alfano, in una nota, hanno voluto pubblicamente "ringraziare il presidente del Senato, Renato Schifani, per la sua proposta di immediata calendarizzazione, proposta peraltro condivisa da tutti i gruppi parlamentari".
"È la prima volta - sottolineano i due ministri - che un unico corpo normativo conterrà tutti quei provvedimenti che si traducono in importanti azioni di contrasto al crimine organizzato. La grande attenzione del presidente del Senato dimostra ancora una volta che il Parlamento lavora con impegno e oculatezza, mettendo a segno risultati tangibili a immediato beneficio dei cittadini. Questa è l'Antimafia dei fatti che si conferma uno dei punti principali del programma di Governo. Nella cornice del piano straordinario contro le mafie - concludono Alfano e Maroni -, che testimonia l'impegno del Governo fondato non sulle parole ma sulle leggi, il codice antimafia si pone come una nuova frontiera, in grado di raccogliere tutte le norme di settore, prodotte in questi anni, secondo un ordine sistematico e con una linea di chiarezza che renderà più efficace ogni azione di contrasto".



 
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